PREMIO M. LUTERO

Premio Martin Lutero

Il Premio Martin Lutero al migliore scrittore religioso viene concesso annualmente motu proprio dall’Arcivescovo Primate della Chiesa Protestante Episcopale in Italia ad uno scrittore, giornalista o saggista religioso che abbia offerto segnalati e riconosciuti meriti culturali nel corso della propria carriera.

2025 – Matteo Salvatti

Nato nel 1982 a Orzinuovi (Brescia), cattolico, scrittore e giornalista, direttore del periodico “Il Punto” e nostro collaboratore, Salvatti ha pubblicato con editori nazionali come Ancora e SugarCo e ha collaborato con riviste quali “Jesus”, “Famiglia Cristiana, “Il Timone” e “Donna Moderna”. Tra i suoi libri segnaliamo “Si salvatti chi può. 201 cose insopportabili di noi italiani” (Roma, Castelvecchi, 2026), “Uno per famiglia” (Perugia, Midgrad, 2023), “Ci tenevo a precisare. Uno sguardo non scontato sulle cose della vita” (Milano, SugarCo, 2022), “Meglio di come credi. Dizionario per non perdere la bussola” (Milano, Ancora, 2016). Ecco l’inizio della sua lectio magistralis:

Il Nembo di Mammona e la Nudità del Legame

Reverendissimo vescovo Dottore Panerini, stimatissimi fratelli in Cristo Gesù nostro Signore,

è piuttosto facile costruire l’unità laddove c’è dolore, sofferenza, difficoltà. Ogni giorno comprendiamo come laddove le disgrazie incalzano, le sciagure non si attenuano, le calamità irrompono, ecco che anche le fedi, i credo, le sensibilità diverse si uniscono per sconfiggere insieme il male che di volta in volta mostra il suo volto corrucciato.

Tuttavia è più difficile essere uniti nella gioia, sebbene Gesù ci abbia donato la vera gioia, la vera pace, non come quella che dona il mondo. La nostra gioia oggi, in questo momento nel quale ricevo questo importante riconoscimento, ha un valore ancora maggiore: la gioia di chi sa essere unito nei momenti belli, e non solo in quelli in cui bisogna darsi una mano.

Tuttavia resta la domanda iniziale: quale è la gioia che dona il mondo? E quale è la vera gioia, la pace del Signore? Mi appoggio a due figure che, nel corso dei miei studi, non ho mai visto associate, consapevole del terreno accidentato.

Accostare infatti il Poverello di Assisi (che tanto lega noi cattolici a voi, carissimi) alla figura evangelica del Filius Prodigus non è soltanto un esercizio di comparatistica spirituale, bensì un gesto che conserva un’intrinseca carica eretica — nell’accezione etimologica di hairesis, ovvero scelta dirimente, sguardo obliquo che scardina l’ovvietà. Ci troviamo dinanzi a due icone mai pienamente sovrapposte, eppure avvinte al medesimo principio: un vincolo paterno che non è meramente affettivo, ma ontologico, economico e, in ultima istanza, teologico. In entrambi i casi, tra il genitore e la prole si frappone l’ombra di Mammona — non quale mero conio, ma come medium opaco, come filtro che contamina e rende spurio ciò che dovrebbe risplendere nella nuda essenza della relazione. Come ammoniva Meister Eckhart: «Se l’anima vuole conoscere Dio, deve dimenticare se stessa e perdere se stessa».

Clicca qui per leggere integralmente la lectio magistralis.

2026